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venerdì 7 giugno 2013

Il mistero di Tunguska...svelato dagli italiani?

BOLOGNA - Il mistero di Tunguska potrebbe avere le ore contate. La misteriosa esplosione, pari a mille atomiche di Hiroshima, avvenuta 99 anni fa nella remota località della Siberia, sta per avere una spiegazione scientifica grazie ai ricercatori del Cnr e dell'Università di Bologna.
Per anni si è fantasticato attorno alle cause dell'esplosione: si è parlato di Ufo, antimateria, buchi neri o altri fenomeni mai dimostrati. Ora i nostri scienziati sono certi di avere in mano le prove che a Tunguska si è verificato il maggiore impatto storicamente accertato tra il nostro Pianeta e un corpo celeste.

La vicenda. Alle 7,14 del 30 giugno 1908 una devastante esplosione nelle vicinanze del fiume Podkamennaja Tunguska, abbattè 60 milioni di alberi in un'area di 2150 chilometri quadrati. Il rumore dell'esplosione fu udito a 1000 chilometri di distanza. Alcuni testimoni che si trovavano a 500 chilometri dal punto di impatto, riferirono di aver visto sollevarsi una nube di fumo all'orizzonte. Alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana, a 600 chilometri dal punto di impatto rischiarono quasi di deragliare. Ma a Tunguska non è rimasta nessuna traccia di un cratere di impatto o di altri elementi chiaramenti riconducibile ad un corpo di origine extraterrestre. Almeno fino ad oggi.

Asteroide o cometa. Sulla rivista scientifica 'Terra Nova', è stato pubblicato il lavoro di un gruppo di ricercatori italiani dell'Ismar-Cnr e delle Università di Bologna e Trieste - Luca Gasperini, Francesca Alvisi, Gianni Biasini, Enrico Bonatti, Giuseppe Longo, Michele Pipan e Romano Serra - che hanno condotto sul luogo una spedizione scientifica. Dagli studi risulta che il lago Cheko, un piccolo specchio d'acqua, circa 500 metri di diametro, situato ad una decina di chilometri dall'epicentro dell'esplosione del 1908, può essere il cratere causato dall'impatto di un 'frammento' di circa cinque metri, sopravvissuto all'esplosione principale, che si è schiantato a 'bassa velocità', ovvero a circa un chilometro al secondo.

"L'esplosione si sarebbe verificata nell'atmosfera, 5-10 chilometri al di sopra della regione di Tunguska - spiega Luca Gasperini dell'Ismar-Cnr di Bologna -. Si è trattato della deflagrazione di un asteroide o di una cometa, (la prima ipotesi sostenuta in particolare da scienziati americani, mentre la seconda è sostenuta da ricercatori russi, ndr), di circa 50-80 metri di diametro. La zona di devastazione se centrata su Bologna - sottolinea il ricercatore - raggiungerebbe Ferrara, Forlì e Modena".

La ricerca. "Abbiamo effettuato uno studio geofisico e sedimentologico del lago per verificare se la sua formazione potesse essere correlata all'evento, e per rilevare nella sequenza sedimentaria del lago evidenze geofisiche e geochimiche dalle quali trarre informazioni sulla natura dell'oggetto cosmico", ha spiegato Luca Gasperini dell'Ismar-Cnr. "Varie spedizioni di studiosi avevano già esplorato la zona dell'esplosione senza trovare segni d'impatto o frammenti, e formulando ipotesi, anche molto diverse fra loro, per far luce su quello che è ormai considerato a tutti gli effetti un 'mistero'. Il nostro studio sul campo è stato effettuato principalmente utilizzando rilievi di acustica subacquea, con un obiettivo dunque più ambizioso di quello della prima spedizione italiana, avvenuta nel 1991, anch'essa organizzata dal professor Giuseppe Longo dell'Università di Bologna, e limitata alla ricerca di microparticelle dell'oggetto cosmico nella resina degli alberi".

Un lago diverso. Durante la spedizione 'Tunguska99' è stata quindi per la prima volta investigata con tecniche molto sofisticate la morfologia del fondo e la natura dei depositi del sottofondo lacustre, e raccolti campioni di sedimento. "Grazie a tali indagini - ha aggiunto il ricercatore - è stato possibile scoprire che la morfologia del lago è diversa da quella dei comuni laghi siberiani di origine termo-carsica: la natura dei sedimenti recuperati dal fondo sono invece compatibili con l'ipotesi dell'impatto, che sarebbe avvenuto in una foresta acquitrinosa con uno strato sottostante di permafrost (suolo permanentemente ghiacciato) spesso oltre 30 metri".

E' stato proprio lo scioglimento del permafrost avvenuto subito dopo l'impatto a modellare la forma e le dimensioni attuali del lago, e a nasconderne la vera natura di cratere da impatto per tutto questo tempo. Questa scoperta, se confermata, contribuirà, cento anni dopo a svelare il mistero di Tunguska, dando forti contributi, e nuove paure, sulla comprensione degli effetti dell'impatto di un asteroide o una cometa con la Terra. Ipotesi tutt'altro che remota e non infrequente nella storia del nostro pianeta.

(30 ottobre 2007) 

La bomba di Hiroshima

La mattina del 5 agosto 1945, poche ore prima dell'alba, il quadrimotore B-29 "Enola Gay" (nome della madre del pilota, il ventinovenne Paul W. Tibbets) si alza in volo da Tinian con a bordo 12 uomini di equipaggio e un unico ordigno bellico, che risulterà decisivo per la sorte del Giappone: una bomba atomica, denominata dagli statunitensi "Little boy". Lungo tre metri, con un diametro di uno e mezzo e un peso di cinque tonnellate, non ha un bersaglio preciso: verrà deciso al momento, secondo le condizioni atmosferiche. Arriva il bollettino meteorologico: "a Kokura cielo coperto in prossimità del suolo per nove decimi; a Nagasaki coperto totalmente; a Hiroshima quasi sereno, visibilità 10 miglia" Il bersaglio è scelto. L'aereo sorvola la zona a 10.500 metri di altezza e alle 8.15'17" viene sganciato l'ordigno. Tibbets scende in picchiata, guadagna velocità, vira di 180 gradi e si allontana. Ha 45 secondi di tempo. L'equipaggio conta sottovoce: "44, 43, 42, 41...". Un lampo abbaglia il cielo. "Cosa abbiamo fatto?". A 600 metri dal suolo la bomba esplode; dopo 7 secondi il silenzio è rotto da un tuono assordante: vengono distrutti tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri, 30.000 persone muoiono sul colpo, altre 40.000 nel giro dei due giorni seguenti. Una colonna di fumo si alza lentamente a forma di fungo fino a 17.000 metri dal suolo. Inizia a cadere una pioggia viscida. I fiumi straripano ed invadono ciò che rimane della città giapponese. Alle 14.58 locali il B-29 di Tibbets atterra a Tianin. Ha segnato in modo indelebile la storia mondiale, ha lasciato un'impronta che rimarrà a lungo.
Come si è giunti ad una così drastica decisione? La risposta va ricercata nella visione del mondo del dopoguerra che gli USA (o perlomeno chi li guidava) avevano sviluppato già prima del conflitto stesso, intuendo i grandi vantaggi che avrebbero potuto trarre da esso. Dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor, gli Stati Uniti decisero di entrare in guerra a fianco degli alleati. Quando però viene il momento di sottoscrivere un documento ufficiale, Roosevelt chiede che venga firmato con la sigla "le Nazioni Unite". L'idea che il presidente aveva di questo organismo era completamente differente dal ruolo che essa svolge al giorno d'oggi. Egli infatti vedeva l'ONU come un organismo oligarchico formato da quattro potenze (USA, Gran Bretagna, URSS e Cina) che avrebbero avuto il compito di controllare il resto del mondo. La proposta incontrò però una vivace resistenza sia Londra che a Mosca, che avrebbero preferito una serie di organizzazioni regionali che, per forza di cose, avrebbero dovuto trovarsi nella sfera d'influenza di una di queste potenze. Entrambe finirono per accettare lo schema proposto dagli Stati Uniti, ma solo per causa di forza maggiore. La situazione economica all'interno degli Stati Uniti aveva infatti cominciato a cambiare intorno al 1938: gli industriali e i banchieri che dapprima, contrari ai piani di Roosevelt riguardo all'economia interna, avevano cercato in tutti i modi di contrastarlo per salvaguardare i propri interessi, osservando l'evolversi della situazione in Europa, con il nazismo che diventava sempre più aggressivo e acquisiva sempre maggior potere, decisero poi di cambiare radicalmente la situazione del loro capitalismo. L'industria americana, iniziando infatti a prendere coscienza del fatto che le si stava presentando l'occasione irripetibile di ereditare le prerogative imperiali di Inglesi e Francesi, decise di sfruttare la grande influenza che il presidente aveva sulla massa per i propri interessi.
A quel tempo il presidente in carica aveva il potere di eleggere, senza dover ottenere l’approvazione del senato, circa 2.700 persone tra funzionari e persone alle dipendenze dirette della Casa Bianca. Così i membri del Council on Foreign Relations, associazione dei più importanti banchieri, industriali, studiosi e uomini d’affari, poterono investire queste cariche, soprattutto nel ministero degli esteri, che mancava di esperienza e specializzazione, e che quindi era il posto adatto per i "tecnici" di Wall Street, riuscendo nel loro scopo di entrare nel controllo del paese. Nel 1939 si stipulò addirittura un contratto con il quale il Council si impegnava a fornire un gruppo di esperti e specialisti, prevedendo un futuro intervento degli U.S.A. nel conflitto mondiale. Si istituirono quattro gruppi di pianificazione strategica: uno per la sicurezza, uno per l’economia, uno per la politica e uno per i territori. Gli Stati Uniti si preparavano a sostituire l’Inghilterra nel dominio del mondo. Negli appunti del sottocomitato per la difesa del Comitato del Council si legge: "Gli Usa devono coltivare la visione di una regolamentazione del mondo, dopo questa guerra, che ci permetta di imporre le nostre condizioni, consistenti forse in una Pax Americana".
Gli Stati Uniti si ponevano quindi lo scopo di, eliminati il fascismo e il nazismo, formare una specie di impero, pensiero probabilmente non radicato nella massa, ma certamente nella classe dirigente. Col passare del tempo quindi il Council fu assorbito quasi interamente dai dipartimenti di Stato, fino a vedere nella potenza militare l’unico modo di attuare i propri scopi espansionistici.

L'ordigno nucleare usato nell'attacco ad Hiroshima
Così la formazione delle Nazioni Unite entrò nella strategia statunitense. Prova dell’avvenuto unificamento tra potere politico ed economico può essere il fatto che il governo, per la produzione di tutto il necessario all’entrata in guerra del paese, si affidò esclusivamente ad industrie private. La scelta di questa strategia non fu però esente da scontri tra gli stessi membri del Council e del governo, dapprima solo nei corridoi, poi anche in Senato. Il pensiero basilare era però radicato nelle menti di tutti: l’investimento bellico passò nel giro due anni da 8.400 milioni di dollari nel ’41, a quasi 100.000 milioni l’anno dopo. Iniziò così anche un trasferimento di ricchezze dalle casse pubbliche a quelle private. L’invenzione della bomba atomica poté così essere utilizzata anche dall’industria americana, sia per scopi pacifici che per scopi bellici. Una volta dimostrata la possibilità di sfruttamento economico dell’arma nucleare, tutte le principali compagnie ed industrie vollero metterci le mani. Così si decise per una divisione tra le varie industrie della produzione dei vari materiali necessari a realizzare la bomba. L’unica fonte di uranio allora conosciuta era però il Sudafrica, che allora era sotto il dominio inglese: gli Stati Uniti dovettero quindi includere da subito l’Inghilterra nell’organizzazione della produzione della bomba atomica. Gli accordi fra governo e industria portarono quest’ultima a controllare, attraverso l’Atomic Energy Commission, creata originariamente dal governo per controllare lo sviluppo e i guadagni dell’energia atomica, ma passata appunto subito sotto la sua influenza, tutta l’industria nucleare, finendo per monopolizzarla.
Lo sviluppo della bomba e i possibili guadagni provenienti da essa, insieme alla ormai radicata convinzione del futuro dominio degli U.S.A. sul mondo, fecero nascere l’idea che le Nazioni Unite sarebbero dovute essere il mezzo per dare il via all’espansione degli States. La posizione presa durante la guerra, e le innumerevoli risorse di mezzi e uomini a disposizione fecero sì che gli U.S.A. mantenessero una posizione sempre un gradino più in alto anche dei loro alleati, così che questi, già provati dalla guerra, non potevano nemmeno provare a cercare di fermare quell’impero che si stava creando, pur essendone, in parte, a conoscenza .

L'ordigno nucleare usato nell'attacco a Nagasaki
Roosevelt decise quindi di proporre a Churchill un piano per la formazione dell’ONU, che sarebbe servito a dividere il mondo in quattro sfere di influenza, sotto il controllo di U.S.A., Inghilterra, Francia e Cina: egli dava infatti per scontato che Mao Tse-Tung non sarebbe mai riuscito ad imporsi e che la Cina sarebbe rimasta anche dopo la guerra dalla sua parte. Churchill non era però d’accordo, ed insisteva invece perché fra le grandi potenze fosse inclusa anche la Francia. I "gendarmi" del mondo furono così cinque e Churchill si impegnò per fare accettare questo schema anche ai sovietici. Durante la conferenza di Yalta Stalin espresse i propri dubbi riguardo al progetto degli statunitensi, temendo che potesse diventare un futuro strumento contro lui e la sua Russia. Ognuna delle tre potenze intendeva comunque rimanere al di sopra delle Nazioni Unite, che avrebbero inevitabilmente posto numerosi limiti ai loro disegni. Il 13 aprile del 1945 sopraggiunge però la morte del presidente statunitense Roosevelt. Il comando passa al vicepresidente Truman, che il 26 giugno, dopo la conferenza di S.Francisco, firma insieme a tutti gli stati del mondo allora definibili tali, con l'esclusione di Germania e Italia, la Carta dell'ONU. La Carta, condannando la violenza bellica fra vari stati, dava all'ONU il compito di mantenere la pace, e sottolineava l'uguaglianza di tutti i popoli. Questo era però l'aspetto esteriore: in pratica la Carta esprimeva una legge dettata dagli Stati Uniti che avrebbero punito chiunque vi si fosse sottratto. Si dava agli altri quattro "gendarmi" previsti in precedenza un potere maggiore, in quanto erano gli unici che non avrebbero potuto essere dominati dagli Usa.
Il 17 luglio si aprì la conferenza di Postdam tra i vincitori della guerra in Europa, e i calorosi rapporti tra Churchill, Truman e Stalin sembravano indicare una futura armonia tra le tre grandi potenze. Il presidente statunitense aveva però già ricevuto il telegramma "il bimbo è nato in modo soddisfacente", che indicava il successo degli esperimenti atomici nel New Mexico. Dal '42 si lavorava infatti segretamente per la produzione dell'arma e solo Gran Bretagna e Canada ne erano al corrente. Si era infatti deciso di tenera la Russia all'oscuro di tutto: la bomba doveva infatti dimostrare all'alleato sovietico la superiorità dell'occidente. Questa decisioni suscitò violente critiche tra i pochi al corrente del progetto, ma Churchill e Roosevelt restarono della stessa opinione. Si attendevano i dati relativi all'ordigno, ma non si poteva sfigurare davanti all'opinione pubblica con una spesa di più di due miliardi di dollari senza alcuna conseguenza effettiva.
Si prese quindi la decisione definitiva: utilizzare l'arma appena possibile. Nella conferenza di Yalta Stalin fu convinto ad entrare in guerra contro il Giappone subito dopo la fine della guerra in Europa, ma non venne a conoscenza del piano statunitense. Quando Truman passò al potere, non sapeva nulla di questo progetto, e confermo le decisioni prese da Roosevelt riguardo all' atomica. A Postdam seppe da Stalin che il Giappone aveva chiesto la pace, ma si oppose fermamente a questa decisione. Voleva infatti dimostrare a tutto il mondo ma soprattutto al Stalin quale fosse la reale potenza degli Usa. Come disse poi Churchill, il presidente cambiò però il suo modo di fare con i russi: aveva infatti saputo quale era la spaventosa potenza dell'arma che era stata sviluppata, in grado di mettere in ginocchio il mondo.

Il risultato del bombardamento nucleare su Hiroshima
Il 24 Truman ordinò di sganciare le bombe, poco dopo averne fatto un cenno a Stalin. Questo però non sembrò meravigliato: i suoi servizi segreti tenevano sotto controllo lo sviluppo dell'arma già dal '42 ed egli non voleva parlare delle ricerche sovietiche sulla stessa. Il presidente statunitense però, tornato in paria, diede l'ordine di prepararsi ad una guerra totale con la Russia, intuendo già quello che sarebbe accaduto. La guerra che prima vedeva U.S.A. e U.R.S.S. contro il Giappone per la vittoria definitiva di una guerra già vinta, si stava trasformando in un conflitto tra Stati Uniti e Russia, tra due blocchi politicamente e ideologicamente contrapposti, per il dominio del mondo. Il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica fu quindi sganciata sopra Hiroshima. Aveva una potenza pari a 12,5 chilotoni di TNT, al nucleo di uranio. Tre giorni dopo un'altra bomba di una potenza quasi doppia, con un nucleo di plutonio, fu sganciata su Nagasaki. Nel giro di cinque mesi morì un totale di 230.000 persone, tra morti all'istante e dopo più tempo, per via delle radiazioni nocive che la tremenda arma aveva sprigionato. Quando ciò venne fatto sapere, i capi militari statunitensi si mostrarono sorpresi: non si può sapere se essi davvero ignoravano le conseguenze dell'utilizzo della bomba o se agirono con cinismo, pur conoscendo l'effetto delle radiazioni che continuarono a mietere vittime per decenni. Truman, quando i dati relativi ai danni provocati dalla bomba gli furono comunicati, disse: "E' il più grande giorno della storia". In un comunicato affermava che le bombe erano state utilizzate per salvare la vita di 500.000 soldati americani, e che non erano altro che un avvertimento per il Giappone: se non si fosse arreso, altre bombe sarebbero cadute. Sottolineava inoltre come Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, che possedevano la formula per realizzare la bomba atomica, non l'avrebbero rivelata al mondo finché non si fosse scongiurato il rischio di una distruzione totale. Affermava poi: "Siamo in grado di dire che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione più potente, forse, di tutta la storia".

L'immensa nube di fumo provocata
dall'esplosione della bomba nucleare
Ci si è sempre però chiesti se l'utilizzo delle due bombe e l'uccisione di 300.000 persone erano militarmente necessari. Gli U.S.A. avevano infatti già ricevuto una richiesta di pace da parte del Giappone e i rapporti dell'aviazione affermavano che lo stato nipponico si sarebbe arreso certamente entro la fine dell'anno anche senza che si dimostrassero necessari lo sgancio dei due ordigni o le invasioni sul territorio giapponese. Questi rapporti smentiscono completamente il messaggio di Truman. Chi era quindi il vero destinatario della bomba? Le previsioni degli attacchi di terra già programmati ai danni del Giappone davano perdite non superiori a 40.000 uomini, ma il presidente continuò a gonfiare le cifre. Molti scrittori, nei loro saggi sull'energia atomica, avevano affermato l'inutilità militare del provvedimento definitivo. Nel '45 il timore di vedere la Germania vittoriosa non esisteva più e il Giappone era sul punto di arrendersi e gli U.S.A. avevano utilizzato le uniche due bombe di cui erano a disposizione con una fretta ingiustificabile. I più autorevoli scienziati statunitensi avevano inoltre ammonito il presidente di non utilizzare la bomba contro civili. Perché il presidente aveva agito comunque? Alcuni scrittori danno come motivo il fatto che Stalin si era impegnato ad attaccare il Giappone per l'8 agosto. Era chiaro che se la Russia fosse riuscita a scontrarsi vittoriosamente con il Giappone finche gli Stati Uniti erano fermi a Okinawa, ne avrebbe ricavato un grande prestigio internazionale, a danno degli Usa. Così, sganciate le due bombe, l'attacco russo riuscì, ma passò inosservato, a causa del clamore provocato dall'utilizzo della bomba nucleare. Cousins e Finletter danno un'interpretazione "americana" dell'accaduto dicendo: "Agendo così, abbiamo evitato una lotta per ilcontrollo effettivo del Giappone... Se noi non fossimo usciti dalla guerra in netto vantaggio sulla Russia, non avremmo avuto nessuna possibilità di opporci alla sua espansione". Si arriva così a dire che il lancio delle bombe può già essere considerato il primo atto della guerra fredda. L'idea di utilizzare la bomba atomica come arma contro l'U.R.R.S. era nata già prima della fine della guerra, poiché gli U.S.A. avevano già intuito ciò che sarebbe successo.

Un orologio fermatosi dopo
il bombardamento atomico
Il resoconto dei giornalisti giunti sul luogo del disastro prima dell'arrivo degli americani scrivono che tutti i feriti erano destinati a morire, che le radiazioni facevano morire più di 100 persone ogni giorno. Il giornalista W. Burchett, nel suo rapporto ai sovietici, scrive: "Gente non toccata dal cataclisma sta morendo ancora, misteriosamente, orribilmente... Hiroshima fa pensare ad una città sulla quale sia passato un enorme rullo compressore che l'abbia stritolata, annientata per sempre... Negli ospedali ho scoperto persone che, pur non avendo ricevuto alcuna ferita al momento dell'esplosione, stavano tuttavia morendo per i suoi misteriosi effetti". La stampa americana replicò più volte sottolineando che non c'era radioattività ad Hiroshima e dicendo che la propaganda del Giappone era volta soltanto a danneggiare gli Stati Uniti davanti all'opinione pubblica. L'esplosione della bomba non suscitò un grande clamore a Mosca: i principali quotidiani la nominarono soltanto, e non parlarono neppure di quella di Nagasaki. Solo giorni dopo accusarono la propaganda statunitense di voler sminuire il ruolo della Russia nella vittoria definitiva della guerra. Quando però le informazioni sugli effetti della bomba giunsero negli States, i militari si organizzarono subito per bloccare questa fuga di notizie. Chiusero l'accesso ai luoghi delle due stragi, sequestrarono tutto il materiale informativo, fecero chiudere alcuni laboratori e ospedali che si occupavano di studiare gli effetti della strage. Un reparto medico dell'esercito giunse ad Hiroshima per studiare questi effetti; ancora adesso, a 55 anni di distanza, si stanno curando persone affette dalle conseguenze del bombardamento. Questa politica di oblio funzionò perfettamente e la questione passò in secondo piano.
Nonostante il generale Eisenhower avesse annunciato che la bomba nucleare non sarebbe più stata usata come mezzo d'attacco, la politica militare degli Stati Uniti stava cambiando: secondo i rapporti di alcune riunioni segrete "gli Stati Uniti hanno potuto fino ad ora attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che possa infliggerci un danno significativo". Ci si preparava, quindi, a dover scatenare una guerra contro l'U.R.R.S. prima che quella potesse organizzarsi per farlo per prima. Era già stato preparato un piano che prevedeva la distruzione di venti città russe con un attacco a sorpresa. Proprio il fattore sorpresa sarebbe dovuto essere quello su cui basarsi in caso di guerra. Tutto questo con la piena consapevolezza che la Russia non era in grado, al momento, di opporsi in nessun modo agli U.S.A.. Questi volevano infatti non solo che nessuno potesse attaccare la potenza statunitense, ma che nessuno fosse nemmeno in grado di difendersi da essa. Il generale Groves insisteva addirittura affinché nessuno oltre a U.S.A., Canada e Gran Bretagna fosse in grado di costruire ordigni nucleari. Tutto ciò fa vedere come il progetto degli Stati Uniti sia sempre stato quello di rimanere al di sopra di ogni altra nazione, tanto in guerra come in pace, tanto nel presente quanto nel futuro.

 Little Boy e Fat Man erano i nomi in codice delle due bombe sganciate.

Le olimpiadi del 1936

Visto che molti hanno deciso di portare questo argomento agli esami vi riporto qualche curiosità.

Quella di Berlino fu una delle edizioni più controverse della storia dei Giochi Moderni. Da un punto di vista organizzativo, sportivo e commerciale, infatti, le Olimpiadi del 1936 rappresentarono uno dei massimi vertici mai raggiunti dalla manifestazione, con infrastrutture moderne e costose, un’enorme partecipazione popolare (grazie anche alla televisione, che fece il suo esordio olimpico) e all’elevato livello agonistico delle gare. Ma, purtroppo, non si può dimenticare come i Giochi di Berlino furono trasformati da Joseph Goebbels in un formidabile strumento di propaganda per il regime di Adolf Hitler.
Assegnate alla capitale tedesca quando ancora il Fuhrer non era al potere, le Olimpiadi conobbero le prevedibili diserzioni di Spagna e Unione Sovietica. Presenti invece gli Stati Uniti, nonostante le molte riserve, che tuttavia dovettero lasciare il primato nel medagliere dopo quasi 30 anni di dominio: la preparatissima squadra tedesca, infatti, conquistò ben 89 medaglie (con 33 ori), contro le 56 (e 24 ori) degli americani, mancando il podio solo in tre sport: calcio, polo e basket (al suo esordio olimpico). Ma gli statunitensi regalarono ai Giochi il loro personaggio-copertina: l’afroamericano Jesse Owens che si aggiudicò 4 medaglie d’oro nei 100m, 200m, 4x100m e salto in lungo, un’impresa bissata solo da Carl Lewis 48 anni più tardi. La tradizione vuole che Hitler, furibondo per il trionfo di un atleta di colore, si sia rifiutato di salutare Owens, ma lo stesso velocista ha sempre negato l’episodio.
La squadra azzurra non riuscì a ripetere l’exploit di Los Angeles, chiudendo comunque al quarto posto nel medagliere generale, con 22 medaglie complessive, di cui 8 d’oro. Come sempre, gli italiani fecero la parte del leone nella scherma, conquistando 4 ori su 7 e 9 medaglie sulle 21 totali. L’Italia vinse anche il torneo di calcio, confermandosi la migliore squadra al mondo (vinse i Mondiali del ’34 e del ’38). Ma l’oro più importante arrivò da Ondina Valla negli 80m ostacoli: era il primo di una donna azzurra alle Olimpiadi. I Giochi del 1936 furono gli ultimi per il barone De Coubertin, che si spense l’anno successivo, e per altri milioni di persone: la guerra era alle porte, si sarebbe tornati a parlare di sport solo 12 anni dopo. 


Il video è tratto dal film "Olimpia" di Leni Riefenstahl, la regista preferita da Hitler.

Prima guerra mondiale

Nel 1914 i rapporti tra le potenze europee erano tesi:  la Germania si impegnò a conquistare un impero coloniale in Africa e in Asia, ponendosi in conflitto con l’Inghilterra e la Francia che si sentiva minacciata anche sul suolo europeo poiché l’Impero tedesco le aveva già strappato l’Alsazia e la Lorena. Persino i rapporti tra Impero russo e Germania stavano andando deteriorando. La Gran Bretagna, invece, per timore di perdere le proprie colonie, pose fine alla sua politica isolazionistica. Nei Balcani la situazione si presentava veramente critica. Gran parte della regione era sotto il controllo dell’Impero ottomano, mentre la Bosnia-Erzegovina era sottoposta al dominio dell’Impero austriaco.    
 
 

                                                                                                                                                                                   
 
 
Il 28 giugno 1914, a Sarajevo, un nazionalista serbo, Gavrilo Princip (1), uccise l’erede al trono austriaco: l’arciduca Francesco  Ferdinando. L’imperatore austriaco assunse una posizione durissima e lanciò alla Serbia  un ultimatum, con il quale chiedeva che fossero destituiti tutti i ministri e gli ufficiali dell’esercito ostili all’Impero austro-ungarico  e che la stampa cessasse qualsiasi attività di propaganda contro l’Austria. Se entro un mese queste condizioni non fossero state accettate, l’imperatore asburgico avrebbe rivendicato la morte di Francesco Ferdinando (2) con le armi. 
 
                                       
 
      Gavrilo Princip (1)                                        Francesco Ferdinando (2)
 
Il 28 luglio, allo scadere dell’ultimatum, l’Austria dichiarò guerra alla Serbia. Poiché la quest’ultima godeva della protezione della Russia, lo zar scese subito in campo contro l’Impero austro-ungarico. A quel punto scattò il meccanismo delle alleanze: da una parte erano schierati gli Imperi Centrali (Austria-Ungheria e Germania), l’Italia pur essendo legata a loro dalla Triplice Alleanza decise di non combattere al loro fianco poiché questo accordo aveva solo valore difensivo. Accanto all’Austria si schierò anche l’Impero ottomano. Dall’altra parte vi erano la Russia, la Francia e la Gran Bretagna, legate tra loro dalla Triplice Intesa. Ad essa si unì anche il Giappone, che si affrettò a conquistare i territori tedeschi in Cina.                                                                                                                                                                        Appena iniziato il conflitto, la Germania assalì la Francia, sul fronte occidentale. L’offensiva contro lo stato francese doveva essere sferrata da nord,  passando per il Belgio, mettono così in atto il piano Schlieffen. Essa dovrebbe essere stata una “guerra lampo” (blitz kriegh), invece si trasformò in una durissima guerra di posizione. I tedeschi penetrarono velocemente nel territorio francese e giunsero fino alla Marna. A quel punto la Gran Bretagna, sentendosi minacciata dalla flotta tedesca, inviò un forte contingente in aiuto alla Francia e così entrò in guerra. La battaglia continuò fino alla resa della Germania.                                                                                                                                                            Nel frattempo l’Austria-Ungheria era impegnata nel fronte orientale e nei Balcani. Gli Imperi Centrali avevano sperato in una guerra di breve durata, invece si trovarono a combattere una guerra di posizione dove i soldati erano costretti a rimanere all’interno delle trincee*. Talvolta venivano tentati assalti frontali che finivano come delle carneficine.
 

  
Lo scoppio della guerra colse l’Italia di sorpresa. Il paese era diviso, da una parte i neutralisti (cattolici e il partito socialista) dall’altra gli interventisti (repubblicani, anarchici, sindacalisti rivoluzionari, democratici di sinistra e nazionalisti). Il 26 aprile 1915 il governo italiano firmò il Patto di Londra il quale prevedeva l’entrata in guerra dell’Italia a favore della Triplice Intesa. In cambio, in caso di vittoria, lo stato italiano ci avrebbe guadagnato il Friuli Venezia Giulia,  il Trentino, l’Istria, la Dalmazia e alcune colonie in Africa e in Asia. Il 24 maggio 1915 l’Italia entrò ufficialmente in guerra.        All’inizio del 1916, gli Imperi Centrali, tentarono nuovamente un attacco contro le potenze dell’intesa. Sul fronte italiano, gli austriaci sferrarono una poderosa offensiva in Trentino, ma furono bloccati e respinti sull’alto piano di Asiago.                                                                                   Sul fronte occidentale, i tedeschi tentarono senza successo di penetrare in Francia. Nel drammatico attacco di Verdun morirono ben 7000000 soldati.                                                     

Nel 1917 la Russia si ritrovò dilaniata all’interno dallo scoppio della rivoluzione e quindi decise di non partecipare più al conflitto. Questo fatto permise all’Austria di spostare gran parte dell’esercito sul fronte italiano.  Il 24 ottobre 1917 le truppe di Cadorna furono attaccate a Caporetto e vennero costrette a ritirarsi al fiume Piave. Dopo questa dura sconfitta Cadorna venne sostituito dal generale Armando Diaz che preparò la controffensiva.
Nell’aprile del 1917 entrarono a far parte del conflitto anche gli Stati Uniti, sentendosi minacciati dalla Germania. Questo fatto cambiò le sorti della guerra. Gli Imperi Centrali tentarono una nuova offensiva sul fronte occidentale, giungendo nuovamente in prossimità della Marna. Ancora una volta, però vennero sconfitti dalla truppe francesi, aiutate da quelle americane.                          Il colpo definitivo ai due Imperi venne dal fronte italiano. Il generale Diaz, il 24 ottobre, passò alla controffensiva sulla linea del Piave, riconquistò le posizioni perdute e sfondò a Vittorio Veneto. L’esercito austriaco si disgregò completamente e non gli restò che firmare la rese il 4 novembre 1918. Questo assieme  a tanti altri fatti costrinsero Guglielmo II ad abdicare e l’11 novembre 1918 una delegazione tedesca firmò l’armistizio. 
Il 18 gennaio 1919 si aprì a Versailles la Conferenza della Pace. Ad essa vi parteciparono tutte le potenze vincitrici: Francia, Inghilterra, Stati Uniti e Italia. Ancora una volta bisognava modificare i confini dell’Europa. Tutti si trovarono d’accordo nel fatto che la Germania fosse la vera artefice della guerra e quindi vennero prese contro di essa posizioni durissime:

-          L’Alsazia e la Lorena furono restituite alla Francia
-          La Renania  venne sottoposta per quindici anni all’occupazione delle potenze alleate
-          A est, la Germania  venne indebolita dalla costruzione del “Corridoi di Danzica”
-          Una piccola parte di essa fu ceduta al Belgio
-          Le sue colonie vennero distribuite tra Francia, Inghilterra e Russia.
L’Italia rimase delusa e ferita dai risultati ottenuti dalla Conferenza di Versailles. Secondo quanto detto nel Patto di Londra, il governo italiano era convinto di ottenere l’Istria, la Dalmazia, il Friuli Venezia Giulia, il Trentino e alcune colonie africane e asiatiche. Essa, invece, ottenne solamente il Friuli e il Trentino e l’Istria. Da qui nacque l’idea di una “vittoria mutilata”.                                                                                                                                                              E con questa conferenza a Prima Guerra Mondiale.



giovedì 23 maggio 2013

L'Italia in guerra

Allo scoppio della Prima Guerra Mondiale l'Italia assunse una posizione di neutralità rimanendo in linea con l'articolo 7 del trattato che univa l'Italia alla Germania e all'Austria. Questo punto prevedeva la discussione preventiva dei territori da dare in compenso al termine della guerra, cosa che però non era avvenuta. Ma il problema della posizione italiana rimaneva irrisolto.
All'interno dell'Italia si erano formati due schieramenti: i neutralisti e gli interventisti. Al gruppo dei Neutralisti primi appartenevano:
•i socialisti, che ritenevano la guerra fosse voluta dalle grandi potenze europee imperialiste e capitaliste, ma il loro scieramento era isolato e la loro posizione era indebolita dalle posizioni interventiste dei socialisti europei;
•i cattolici seguivano l'orientamento dato dal pontefice che si schierò contro la guerra, anche se rimaneva ancora il contrasto tra l'obbligato neutralismo dettato Chiesa e la lealtà allo Stato di cui facevano parte;
•i giolittiani, i quali sostenevano che l'Italia non era preparata a sostenere una guerra che sarebbe durata molto tempo e richiesto numerose risorse economiche e militari. Giolitti non si limitò solamente a manifestare la sua posizione sulla situazione italiana, ma formulò un'analisi sulla situazione internazionale. Giolitti riteneva che l'Italia avrebbe potuto ottenere numerosi vantaggi senza la guerra, indicando l'opportunità di contrattare la neutralità come se fosse una vittoria. L'Austria non poteva resistere all'urto di altre diverse nazionalità, nonostante questo di dimostrava contraria a qualsiasi cessione di territori, nonostante le pressioni tedesche.
Allo schieramento degli interventisti appartenevano:

•gli "interventisti democratici" e i "socialisti riformisti": i primi erano sostenitori di una pronta cessione delle terre irredente mentre i secondi ritenevano che solo sconfiggendo gli imperi centrali si potevano sostenere le aspirazioni di indipendenza nazionale e di democrazia dell'Europa intera. Un ruolo importante fu dato dagli esponenti del sindacalismo rivoluzionario guidato da Mussolini, che criticando la posizione dei socialisti italiani credevanella prospettiva rivoluzionaria generata dalla sconfitta degli imperi centrali ;
•i nazionalisti che vedevano nella guerra la possibilità di sostenere le loro ambizioni espansionistiche
•i liberali conservatori che vedevano nella guerra la possibilità di dare al parlamento poteri straordinari tali da far finire per sempre le riforme giolittiane, inoltre e puntavano a riottenere i territori del Trentino e Trieste e di far acquistare all'Italia lo status di grande potenza.
La rottura da parte dell'Italia della Triplice Alleanza sancita nel 1915 con il Patto di Londra tra Italia, Inghilterra, Francia, Russia fu invevitabile. In caso di vittoria l'Italia avrebbe ottenuto il Trentino e Trieste, l'Istria, la Dalmazia, il porto di Valona e altri territori da stabilire.

Rimaneva il problema di convincere il parlamento di maggioranza giolittiana ad entrare in guerra. Molte furono le manifestazioni a favore ed alla fine il re e Salandra riuscirono nell'impresa attraverso uno stratagemma. Salandra finse di dare le dimissioni e al suo posto fu convocato Giolitti, che saputo parzialmente del patto di Londra, si rese conto che le sue tesi non erano più sufficiente e rifiutò l'incarico. Allora il re non accettò le dimissioni di Salandra e il governo ebbe poteri speciali. Il 24 maggio 1915 l'Italia dichiarò guerra all'Austria entrando così nella Prima Guerra Mondiale.
Le prime battaglie in cui fu coinvolto l'esercito italiano ebbero esito disastroso: nei territori del Carso i soldati italiani subirono quattro cruente disfatte (Battaglie dell'Isonzo). Nel frattempo la Bulgaria si schierava dalla parte degli imperi centrali, aggravando la posizione russa nei Balcani ma soprattutto quella serba. L'unico presidio dell'intesa nei Balcani fu Salonicco, città greca ufficialmente neutrale ma in realtà alleata dell'Intesa.




 

I sommergibili della Grande Guerra

John P. Holland realizzo’ il primo sommergibile per la Marina Militare Britannica, gia’ nel 1902. Dopo il 1905 anche le Germania inizio’ produzione in questo senso, concretizzando le potenzialita’ belliche di questo rivoluzionario tipo di vascello. Nel 1913, i tedeschi realizzarono il primo “Unterseeboot” o “U-boot” (“nave sottomarina”) e all’inizio della Grande Guerra ne possedevano gia’ 30 unita’ pronte al combattimento. Anacronisticamente, sebbene il Regno Unito e la Francia ne possedessero, rispettivamente, 55 e 77, fu proprio la Germania a volerli subito ed esclusivamente impiegare per una caccia spietata ai navigli nemici, silurando, per quasi tutta la durata della Grande Guerra, qualsiasi natante. All’epoca infatti, un po’ come avveniva con i codici di antica reminiscenza “cavalleresca” della neonata Aeronautica Militare, anche in Marina si era soliti bloccare in mare aperto e avvertire dell’imminente siluramento gli equipaggi di ogni singola nave presa di mira da un U-Boot: solo dopo che l’equipaggio si fosse messo in salvo, utilizzando zattere e scialuppe, si sarebbero potuti lanciare i siluri! I tedeschi, non solo “dimenticarono” quasi subito questo genere di “cortesia”, ma si misero a cacciare e a colpire anche le navi di Paesi neutrali ed estranei al conflitto, per paura che trasportassero segretamente armi e materiali bellici per le forze dell’Intesa.
Anche se e’ facile intuire il perche’ di questo uso indiscriminato dei sommergibili, da parte di una Germania stretta nella morsa dell’embargo, bisogna comunque considerare si trattava di un nuovo genere di arma, non particolarmente affidabile, ne’ potente. I sommergibili della Grande Guerra infatti, erano molto fragili e potevano immergersi fino ad un massimo di 70 metri di profondita’ per poche ore.

Al contrario di quanto avviene ai giorni nostri, con sottomarini a propulsione nucleare che possono navigare immersi a grandi profondita’ addirittura per settimane o mesi interi, gli U-boot della Prima Guerra Mondiale si limitavano ad andare sott’acqua in fase di avvicinamento al nemico o per sfuggire ai cacciatorpedinieri.
Ecco dunque apparire, verso la meta’ del 1917, la famosa “tattica dei convogli” che, ideata dalla Gran Bretagna, permise di scoraggiare e rendere spesso infruttuosi e rischiosissimi gli attacchi dei sommergibili tedeschi. La dotazione offensiva degli U-Boot comprendeva tubi lanciasiluri (se ne potevano imbarcare cinque o sei al massimo), un cannone da 160mm e la possibilita’ di trasportare e sganciare mine galleggianti. L’equipaggio poteva contare tra i 20 e 40 membri, mentre la velocita’ massima in immersione non superava gli 8,5 nodi (circa 16 Km/H).
Alla fine della Grande Guerra la Gran Bretagna aveva perso 54 sommergibili, ma ne possedeva ancora 137 in servizio e 78 erano in costruzione, mentre la Germania registrava al suo attivo 192 affondamenti con oltre 4.000 vittime.
Gli U-Boot Tedeschi
U-Boot è il termine tedesco per indicare genericamente sottomarini e sommergibili. È una abbreviazione di Unterseeboot, letteralmente" nave sottomarina". Il termine è utilizzato nelle altre lingue come sinonimo dei battelli sottomarini tedeschi della Prima e Seconda Guerra Mondiale, anche se spesso si trova scritto nella forma "anglicizzata" di U-Boat.
Gli obiettivi delle campagne degli U-Boot in entrambi i conflitti furono i convogli che portavano rifornimenti dagli Stati Uniti in Europa. Il termine U-Boot, seguito da un numero, esempio U-Boot 47 indica uno specifico vascello, mentre U-Boot Tipo II una determinata classe.
Nel maggio del 1915, l'U-boot U-20 tedesco affondò il transatlantico RMS Lusitania. Delle 1.195 vittime, 123 erano civili americani, tra i quali un noto produttore teatrale e un membro della famiglia Vanderbilt.
Questo evento fece rivolgere l'opinione pubblica americana contro la Germania, e fu uno dei fattori principali dell'entrata in guerra degli Stati Uniti a fianco degli alleati durante la Grande Guerra. Il 31 gennaio 1917 la Germania dichiarò che i suoi U-Boot si sarebbero impegnati in una guerra sottomarina indiscriminata.

«I sottomarini nemici devono essere chiamati "U-Boot". Il termine "sottomarino" deve essere riservato solo ai vascelli subacquei alleati. Gli U-Boot sono quei codardi furfanti che affondano le nostre navi, mentre i sottomarini sono quegli apparecchi nobili e coraggiosi che affondano le loro.»
Winston Churchill


Armi chimiche nella prima guerra mondiale

La Guerra dei Gas
La prima Guerra Mondiale fu un conflitto per molti aspetti innovativo. La prima cosa a cambiare fu la stessa concezione della guerra, intesa fino ad allora come guerra lampo, basata su pochi scontri diretti che avrebbero subito decretato il vincitore. Ma le cose non andarono come previsto. La guerra si trasformò da subito in guerra di posizione, dove gli attacchi erano davvero sporadici ma soprattutto inutili, dal momento che le truppe attaccanti erano sempre attese dalle mitragliatrici nemiche, che costituivano un muro invalicabile e trasformavano ogni attacco in una terrificante carneficina. Centinaia di vite venivano letteralmente falciate in pochi minuti.
Per uscire da questa situazione di stallo si rese indispensabile l'introduzione di una nuova e terrificante arma:i gas chimici. Non era la prima volta che tale arma veniva utilizzata. Fin dall'antichità infatti l'uomo si era servito di fuochi, fumi e vapori per difendersi dagli animali e dai nemici. Il primo attacco di gas documentato avvenne nel V secolo a.C., quando gli Spartani attaccarono Atene e lanciarono contro le mura della città tronchi imbevuti di bitume e zolfo che resero l'aria irrespirabile. Più avanti nel tempo, anche i romani fecero uso di armi chimiche, come il vetriolo verde, un potente prodotto con cui avvelenavano pozzi e riserve idriche dei nemici. Ma la più potente arma tossica-incendiaria del primo millennio dopo Cristo fu il famoso "fuoco greco", formato da una mistura di nafta, zolfo, calce viva e salnitro, usato nel 673 d.C. dai Bizantini contro gli Arabi nella guerra di Cizico nell'Asia Minore.
Altre occasioni più vicine alla Grande Guerra in cui vennero utilizzate armi chimiche furono la Guerra di Crimea e la Guerra Franco-Prussiana. Ma si può affermare che nelle varie epoche storiche, in occasione di guerre e di assedi in cui si fece uso di prodotti tossici, essi non influenzarono l'andamento delle stesse, anche perché le conoscenze di chimica rimasero scarse sino a tempi piuttosto recenti.
A partire comunque dagli ultimi decenni del 1800 e l'inizio del 1900, le condizioni generali della chimica dopo una lunga gestazione di laboratorio, erano in grado di fornire prodotti dalle straordinarie capacità indispensabili al progresso. Anche se preparate con finalità di pace, molte sostanze rivelarono proprietà tossiche ben superiori ai prodotti normalmente usati in chimica industriale o come veleni per altri scopi e finalità d'uso. Alcuni potentissimi gas, erano stati prodotti in origine per essere utilizzati in industrie tessili e farmaceutiche, ma quasi per caso vennero scoperti gli effetti devastanti che potevano avere sull'organismo umano.
Fu con queste armi subdole e ambigue che l'Europa si avviò al suo sanguinoso e drammatico appuntamento con il destino: la Grande Guerra.

Va però ricordato che già dal 1899, e poi nel 1907, era stato bandito l'utilizzo di armi chimiche dalla Convenzione Internazionale dell'Aja. Ma per i paesi impegnati nel conflitto sembrava l'unica strada per uscire dalla situazione di immobilità in cui a Guerra versava.

I primi ad utilizzare armi-chimiche furono i francese( anche se tradizionalmente si pensa siano stati i tedeschi), che già negli ultimi mesi del 1914 lanciarono alcuni proiettili caricati a gas lacrimogeni contro i tedeschi, su una parte molto limitata del fronte. I risultati furono però assai deludenti.
Ma i francesi commisero una grave imprudenza: i tedeschi infatti erano il primo produttore mondiale di prodotti chimici. La risposta non si fece attendere molto. Nel novembre 1914 e gennaio 1915 le truppe germaniche sferrarono alcuni attacchi contro gli anglo-francesi facendo uso di gas, che però a causa delle basse temperature non vaporizzarono completamente e gli effetti non si videro.

L'inizio della guerra chimica si fa però risalire al 22 aprile 1915. Per il 20 aprile i comandi tedeschi avevano preparato un attacco a sorpresa contro le truppe anglo-francesi ad Ypres, basato esclusivamente sull'utilizzo del gas, cloro in particolare. Ma le condizioni meteorologiche si fecero favorevoli solamente il 22 aprile. Alle ore 17.00 un generale inglese vide avanzare verso la propria linea una nuvola che sembrava l'onda di un maremoto, ed i propri compagni correre tenendosi le mani alla gola e con i bulbi degli occhi all'infuori. Al termine dell'attacco i gasati furono circa 15.000, dei quali più di 5.000 morirono.
Fortunatamente gli effetti dei gas furono così devastanti solo nella primissima fase del conflitto. Vennero subito introdotte efficaci protezioni come le maschere a filtro, e si passò dai 1500 gasati per tonnellata di cloro del 1915, ai soli 5 gasati del 1918.
Sul fronte italiano l'inizio della guerra chimica risale invece al 29 giugno 1916, quando gli austriaci lanciarono un attacco a sorpresa contro i nostri soldati. Gli effetti dell'attacco furono ingenti:5000morti tra le file italiane. Ma le condizioni meteorologiche mutarono presto, e gli attaccanti vennero sorpresi dallo stesso gas che avevano lanciato sul nemico, spinto indietro dai venti. Anche per gli austriaci le perdite furono sostenute.
In questa occasione inoltre si fece uso per la prima volta sul nostro fronte di un'arma primitiva e  rozza come la mazza ferrata. La usarono le truppe austriache per porre fine all'agonia dei gasati italiani. Quando mancavano le mazze regolamentari, i soldati si accontentavano di utilizzare semplicemente o la picozza che portavano sempre con sè oppure il calcio del fucile; altre volte costruivano delle mazze artigianali con quello che trovavano disponibile, come chiodi da baracca e spole di granate. Fu in particolare contro quest'arma che la nostra propaganda fece leva, per spingere l'esercito e l'opinione pubblica ad aumentare l'odio verso il nemico.




Vita in trincea

Trincee - Condizioni di vita
Sia per le sue estensioni in tutti i 5 fronti terrestri e su tutti i mari del mondo, sia per la sua lunghezza, nella società di massa che stava nascendo vi era anche “la guerra di massa”. Essa mobilitò circa 70 milioni di uomini da 19 Paesi, comprese le colonie.

Le trincee
Da rifugi provvisori a quartieri permanenti
Come già studiato, la vita dei soldati durante la guerra era quella nella più semplice posizione difensiva, la trincea. Inizialmente queste venivano considerate semplicemente un rifugio provvisorio per ripararsi dal fuoco nemico, ma con il passare del tempo, esse diventarono dei veri e propri quartieri permanenti dei reparti di prima linea. Da qui le trincee vennero fornite di baracche di legno e protette da reticolati di filo spinato e collegate da camminamenti.

L’assalto alla baionetta
La vita in trincea era noiosissima e ogni tanto i soldati venivano sorpresi solo dal fatidico grido “All’attacco!” proveniente da uno o l’altro schieramento. Qui avveniva il rito dell’assalto alla baionetta, che ogniqualvolta succedeva centinaia di vite scomparivano; venivano preceduti dal tiro di artiglieria che serviva solo a eliminare l’effetto sorpresa. Contemporaneamente la fanteria doveva avventurarsi allo scoperto fino alla trincea nemica dove, sempre se ci si arrivava, si ingaggiava un combattimento corpo a corpo con la baionetta. Così milioni di soldati morivano nel corso di 4 o 5 lunghissimi anni.

Le sofferenze della truppa
Chi viveva in trincea subiva il logoramento fisico e morale. I soldati di fanteria e gli ufficiali inferiori non ricevevano il cambio per interminabili settimane, erano esposti a tutte le intemperie del tempo, venivano trattati con arroganza dai superiori come nella vita i borghesi trattavano gli operai e i contadini, venivano puniti se per caso durante la battaglia perdevano il berretto. Inoltre gli ufficiali superiori si assegnavano da soli medaglie e medaglie senza mai andare in prima linea come avrebbero dovuto.

Il comportamento del bravo soldato
All’assalto a testa alta
Il bravo soldato, secondo i capi militari, doveva andare all’attacco in posizione eretta e a testa alta. Ripararsi dal fuoco o strisciare a terra, come viene insegnato oggi per esempio ai Marines, all’epoca era considerato un atto di vigliaccheria e si veniva processati da un tribunale militare. Il generale Cadorna su questo scrisse un libretto che le truppe dovevano conoscere a memoria.

Il problema del rancio
Cadorna sosteneva anche che i soldati dovevano cucirsi il rancio, la divisa, da sé, e i generali francesi erano d’accordo su questo. Lo stesso era per il cibo e il resto che poteva essere necessario ai soldati.
Solo il Kaiser Guglielmo II prevedeva cucine da campo mobili su carretti; l’idea gli era venuta guardando il circo Barnum, il più famoso americano, che aveva questa organizzazione.

Feriti e malati
Rimanere feriti o ammalarsi non era una bella esperienza, anche se verso la fine della guerra era la speranza di molti perché era l’unico modo per allontanarsi dalla trincea.
Chi si feriva doveva attendere la notte perché i barellieri venissero a prelevarli. Ben pochi addetti avevano il coraggio di avventurarsi nella “terra di nessuno” per il timore che qualcuno sparasse. Gli ospedali erano molto lontani. Inizialmente i malati venivano trasportati con carrette trainate da muli. Poi vennero le prime ambulanze.
Piccoli ospedali da campo vennero posti in prossimità delle prime linee; consistevano in tende divise in quattro dove i chirurghi passavano da una parte all’altra per praticare i loro interventi. Quelli tedeschi erano provvisti anche di attrezzature per le radiografie portatili.


lunedì 11 marzo 2013

Le Olimpiadi

L'invenzione delle Olimpiadi

Forse non tutti sanno che le olimpiadi moderne nascono proprio nel periodo della Belle Epoque. L'idea viene ad un certo barone Pierre de Coubertin, che rifacendosi agli antichi giochi olimpici che si svolgevano in Grecia, voleva trovare il modo di avvicinare le nazioni europee (e non solo) e di permettere ai giovani del mondo di confrontarsi in una competizione di carattere sportivo, piuttosto che sui campi di battaglia.
L'idea di de Coubertin venne presentata il 23 giugno 1894 ad un congresso presso l'università Sorbona di Parigi e se ne organizzò l'evento per il 1896.
Fu un successo...La prima nazione ad ospitarli fu naturalmente la Grecia (che ne vantava l'idea originale!) e parteciparono ben 250 atleti provenienti da tutto il mondo (soprattutto dall'Europa). Si decise anche che di volta in volta sarebbe stata una nazione diversa ad organizzare l'evento (per curiosità poi toccò alla Francia).
Vi riporto un esempio. Londra 1908. Maratona: la gara più dura in assoluto. Niente a che vedere con gli atleti moderni ed ipertecnologici, scarpe che vanno avanti da sole, occhiali che ti proteggono dal sole ecc. Più che una gara a chi arrivava primo era una gara ad eliminazione: ne rimarrà uno solo. In gara anche un italiano: Dorando Petri. Arriva allo stadio praticamente senza forze...qualche giudice di gara impietosito cerca di tenerlo semplicemente in piedi...


Come andò a finire? Provate a scoprirlo voi...