BOLOGNA - Il mistero di Tunguska potrebbe avere le ore contate.
La misteriosa esplosione, pari a mille atomiche di Hiroshima, avvenuta
99 anni fa nella remota località della Siberia, sta per avere una
spiegazione scientifica grazie ai ricercatori del Cnr e dell'Università
di Bologna.
Per anni si è fantasticato attorno alle cause
dell'esplosione: si è parlato di Ufo, antimateria, buchi neri o altri
fenomeni mai dimostrati. Ora i nostri scienziati sono certi di avere in
mano le prove che a Tunguska si è verificato il maggiore impatto
storicamente accertato tra il nostro Pianeta e un corpo celeste.
La vicenda. Alle 7,14 del 30 giugno 1908 una
devastante esplosione nelle vicinanze del fiume Podkamennaja Tunguska,
abbattè 60 milioni di alberi in un'area di 2150 chilometri quadrati. Il
rumore dell'esplosione fu udito a 1000 chilometri di distanza. Alcuni
testimoni che si trovavano a 500 chilometri dal punto di impatto,
riferirono di aver visto sollevarsi una nube di fumo all'orizzonte.
Alcuni convogli della Ferrovia Transiberiana, a 600 chilometri dal punto
di impatto rischiarono quasi di deragliare. Ma a Tunguska non è rimasta
nessuna traccia di un cratere di impatto o di altri elementi
chiaramenti riconducibile ad un corpo di origine extraterrestre. Almeno
fino ad oggi.
Asteroide o cometa. Sulla rivista scientifica
'Terra Nova', è stato pubblicato il lavoro di un gruppo di ricercatori
italiani dell'Ismar-Cnr e delle Università di Bologna e Trieste - Luca
Gasperini, Francesca Alvisi, Gianni Biasini, Enrico Bonatti, Giuseppe
Longo, Michele Pipan e Romano Serra - che hanno condotto sul luogo una
spedizione scientifica. Dagli studi risulta che il lago Cheko, un
piccolo specchio d'acqua, circa 500 metri di diametro, situato ad una
decina di chilometri dall'epicentro dell'esplosione del 1908, può essere
il cratere causato dall'impatto di un 'frammento' di circa cinque
metri, sopravvissuto all'esplosione principale, che si è schiantato a
'bassa velocità', ovvero a circa un chilometro al secondo.
"L'esplosione si sarebbe verificata nell'atmosfera,
5-10 chilometri al di sopra della regione di Tunguska - spiega Luca
Gasperini dell'Ismar-Cnr di Bologna -. Si è trattato della deflagrazione
di un asteroide o di una cometa, (la prima ipotesi sostenuta in
particolare da scienziati americani, mentre la seconda è sostenuta da
ricercatori russi, ndr), di circa 50-80 metri di diametro. La
zona di devastazione se centrata su Bologna - sottolinea il ricercatore -
raggiungerebbe Ferrara, Forlì e Modena".
La ricerca. "Abbiamo effettuato uno studio
geofisico e sedimentologico del lago per verificare se la sua formazione
potesse essere correlata all'evento, e per rilevare nella sequenza
sedimentaria del lago evidenze geofisiche e geochimiche dalle quali
trarre informazioni sulla natura dell'oggetto cosmico", ha spiegato Luca
Gasperini dell'Ismar-Cnr. "Varie spedizioni di studiosi avevano già
esplorato la zona dell'esplosione senza trovare segni d'impatto o
frammenti, e formulando ipotesi, anche molto diverse fra loro, per far
luce su quello che è ormai considerato a tutti gli effetti un 'mistero'.
Il nostro studio sul campo è stato effettuato principalmente
utilizzando rilievi di acustica subacquea, con un obiettivo dunque più
ambizioso di quello della prima spedizione italiana, avvenuta nel 1991,
anch'essa organizzata dal professor Giuseppe Longo dell'Università di
Bologna, e limitata alla ricerca di microparticelle dell'oggetto cosmico
nella resina degli alberi".
Un lago diverso. Durante la spedizione
'Tunguska99' è stata quindi per la prima volta investigata con tecniche
molto sofisticate la morfologia del fondo e la natura dei depositi del
sottofondo lacustre, e raccolti campioni di sedimento. "Grazie a tali
indagini - ha aggiunto il ricercatore - è stato possibile scoprire che
la morfologia del lago è diversa da quella dei comuni laghi siberiani di
origine termo-carsica: la natura dei sedimenti recuperati dal fondo
sono invece compatibili con l'ipotesi dell'impatto, che sarebbe avvenuto
in una foresta acquitrinosa con uno strato sottostante di permafrost
(suolo permanentemente ghiacciato) spesso oltre 30 metri".
E' stato proprio lo scioglimento del permafrost
avvenuto subito dopo l'impatto a modellare la forma e le dimensioni
attuali del lago, e a nasconderne la vera natura di cratere da impatto
per tutto questo tempo. Questa scoperta, se confermata, contribuirà,
cento anni dopo a svelare il mistero di Tunguska, dando forti
contributi, e nuove paure, sulla comprensione degli effetti dell'impatto
di un asteroide o una cometa con la Terra. Ipotesi tutt'altro che
remota e non infrequente nella storia del nostro pianeta.
La mattina del 5 agosto 1945, poche ore prima dell'alba, il
quadrimotore B-29 "Enola Gay" (nome della madre del pilota, il ventinovenne Paul
W. Tibbets) si alza in volo da Tinian con a bordo 12 uomini di equipaggio e un unico
ordigno bellico, che risulterà decisivo per la sorte del Giappone: una bomba atomica,
denominata dagli statunitensi "Little boy". Lungo tre metri, con un diametro di
uno e mezzo e un peso di cinque tonnellate, non ha un bersaglio preciso: verrà deciso al
momento, secondo le condizioni atmosferiche. Arriva il bollettino meteorologico: "a
Kokura cielo coperto in prossimità del suolo per nove decimi; a Nagasaki coperto
totalmente; a Hiroshima quasi sereno, visibilità 10 miglia" Il bersaglio è
scelto. L'aereo sorvola la zona a 10.500 metri di altezza e alle 8.15'17" viene
sganciato l'ordigno. Tibbets scende in picchiata, guadagna velocità, vira di 180 gradi e
si allontana. Ha 45 secondi di tempo. L'equipaggio conta sottovoce: "44, 43, 42,
41...". Un lampo abbaglia il cielo. "Cosa abbiamo fatto?". A
600 metri dal suolo la bomba esplode; dopo 7 secondi il silenzio è rotto da un tuono
assordante: vengono distrutti tutti gli edifici nel raggio di tre chilometri, 30.000
persone muoiono sul colpo, altre 40.000 nel giro dei due giorni seguenti. Una colonna di
fumo si alza lentamente a forma di fungo fino a 17.000 metri dal suolo. Inizia a cadere
una pioggia viscida. I fiumi straripano ed invadono ciò che rimane della città
giapponese. Alle 14.58 locali il B-29 di Tibbets atterra a Tianin. Ha segnato in modo
indelebile la storia mondiale, ha lasciato un'impronta che rimarrà a lungo.
Come si è giunti ad una così drastica decisione? La risposta
va ricercata nella visione del mondo del dopoguerra che gli USA (o perlomeno chi li
guidava) avevano sviluppato già prima del conflitto stesso, intuendo i grandi vantaggi
che avrebbero potuto trarre da esso. Dopo l'attacco giapponese a Pearl Harbor, gli Stati
Uniti decisero di entrare in guerra a fianco degli alleati. Quando però viene il momento
di sottoscrivere un documento ufficiale, Roosevelt chiede che venga firmato con la sigla
"le Nazioni Unite". L'idea che il presidente aveva di questo organismo era
completamente differente dal ruolo che essa svolge al giorno d'oggi. Egli infatti vedeva
l'ONU come un organismo oligarchico formato da quattro potenze (USA, Gran Bretagna, URSS e
Cina) che avrebbero avuto il compito di controllare il resto del mondo. La proposta
incontrò però una vivace resistenza sia Londra che a Mosca, che avrebbero preferito una
serie di organizzazioni regionali che, per forza di cose, avrebbero dovuto trovarsi nella
sfera d'influenza di una di queste potenze. Entrambe finirono per accettare lo schema
proposto dagli Stati Uniti, ma solo per causa di forza maggiore. La situazione economica
all'interno degli Stati Uniti aveva infatti cominciato a cambiare intorno al 1938: gli
industriali e i banchieri che dapprima, contrari ai piani di Roosevelt riguardo
all'economia interna, avevano cercato in tutti i modi di contrastarlo per salvaguardare i
propri interessi, osservando l'evolversi della situazione in Europa, con il nazismo che
diventava sempre più aggressivo e acquisiva sempre maggior potere, decisero poi di
cambiare radicalmente la situazione del loro capitalismo. L'industria americana, iniziando
infatti a prendere coscienza del fatto che le si stava presentando l'occasione
irripetibile di ereditare le prerogative imperiali di Inglesi e Francesi, decise di
sfruttare la grande influenza che il presidente aveva sulla massa per i propri interessi.
A quel tempo il presidente in carica aveva il potere di
eleggere, senza dover ottenere l’approvazione del senato, circa 2.700 persone tra
funzionari e persone alle dipendenze dirette della Casa Bianca. Così i membri del Council
on Foreign Relations, associazione dei più importanti banchieri, industriali,
studiosi e uomini d’affari, poterono investire queste cariche, soprattutto nel
ministero degli esteri, che mancava di esperienza e specializzazione, e che quindi era il
posto adatto per i "tecnici" di Wall Street, riuscendo nel loro scopo di entrare
nel controllo del paese. Nel 1939 si stipulò addirittura un contratto con il quale il Council
si impegnava a fornire un gruppo di esperti e specialisti, prevedendo un futuro intervento
degli U.S.A. nel conflitto mondiale. Si istituirono quattro gruppi di pianificazione
strategica: uno per la sicurezza, uno per l’economia, uno per la politica e uno per i
territori. Gli Stati Uniti si preparavano a sostituire l’Inghilterra nel dominio del
mondo. Negli appunti del sottocomitato per la difesa del Comitato del Council si
legge: "Gli Usa devono coltivare la visione di una regolamentazione del mondo,
dopo questa guerra, che ci permetta di imporre le nostre condizioni, consistenti forse in
una Pax Americana".
Gli Stati Uniti si ponevano quindi lo scopo di, eliminati il fascismo e il nazismo,
formare una specie di impero, pensiero probabilmente non radicato nella massa, ma
certamente nella classe dirigente. Col passare del tempo quindi il Council fu
assorbito quasi interamente dai dipartimenti di Stato, fino a vedere nella potenza
militare l’unico modo di attuare i propri scopi espansionistici.
L'ordigno nucleare usato nell'attacco ad Hiroshima
Così la formazione delle Nazioni Unite entrò nella strategia
statunitense. Prova dell’avvenuto unificamento tra potere politico ed economico può
essere il fatto che il governo, per la produzione di tutto il necessario all’entrata
in guerra del paese, si affidò esclusivamente ad industrie private. La scelta di questa
strategia non fu però esente da scontri tra gli stessi membri del Council e del
governo, dapprima solo nei corridoi, poi anche in Senato. Il pensiero basilare era però
radicato nelle menti di tutti: l’investimento bellico passò nel giro due anni da
8.400 milioni di dollari nel ’41, a quasi 100.000 milioni l’anno dopo. Iniziò
così anche un trasferimento di ricchezze dalle casse pubbliche a quelle private.
L’invenzione della bomba atomica poté così essere utilizzata anche
dall’industria americana, sia per scopi pacifici che per scopi bellici. Una volta
dimostrata la possibilità di sfruttamento economico dell’arma nucleare, tutte le
principali compagnie ed industrie vollero metterci le mani. Così si decise per una
divisione tra le varie industrie della produzione dei vari materiali necessari a
realizzare la bomba. L’unica fonte di uranio allora conosciuta era però il
Sudafrica, che allora era sotto il dominio inglese: gli Stati Uniti dovettero quindi
includere da subito l’Inghilterra nell’organizzazione della produzione della
bomba atomica. Gli accordi fra governo e industria portarono quest’ultima a
controllare, attraverso l’Atomic Energy Commission, creata originariamente
dal governo per controllare lo sviluppo e i guadagni dell’energia atomica, ma passata
appunto subito sotto la sua influenza, tutta l’industria nucleare, finendo per
monopolizzarla.
Lo sviluppo della bomba e i possibili guadagni provenienti da essa, insieme alla ormai
radicata convinzione del futuro dominio degli U.S.A. sul mondo, fecero nascere l’idea
che le Nazioni Unite sarebbero dovute essere il mezzo per dare il via all’espansione
degli States. La posizione presa durante la guerra, e le innumerevoli risorse di mezzi e
uomini a disposizione fecero sì che gli U.S.A. mantenessero una posizione sempre un
gradino più in alto anche dei loro alleati, così che questi, già provati dalla guerra,
non potevano nemmeno provare a cercare di fermare quell’impero che si stava creando,
pur essendone, in parte, a conoscenza .
L'ordigno nucleare usato nell'attacco a Nagasaki
Roosevelt decise quindi di proporre a Churchill un piano per la
formazione dell’ONU, che sarebbe servito a dividere il mondo in quattro sfere di
influenza, sotto il controllo di U.S.A., Inghilterra, Francia e Cina: egli dava infatti
per scontato che Mao Tse-Tung non sarebbe mai riuscito ad imporsi e che la Cina sarebbe
rimasta anche dopo la guerra dalla sua parte. Churchill non era però d’accordo, ed
insisteva invece perché fra le grandi potenze fosse inclusa anche la Francia. I
"gendarmi" del mondo furono così cinque e Churchill si impegnò per fare
accettare questo schema anche ai sovietici. Durante la conferenza di Yalta Stalin espresse
i propri dubbi riguardo al progetto degli statunitensi, temendo che potesse diventare un
futuro strumento contro lui e la sua Russia. Ognuna delle tre potenze intendeva comunque
rimanere al di sopra delle Nazioni Unite, che avrebbero inevitabilmente posto numerosi
limiti ai loro disegni. Il 13 aprile del 1945 sopraggiunge però la morte del presidente
statunitense Roosevelt. Il comando passa al vicepresidente Truman, che il 26 giugno, dopo
la conferenza di S.Francisco, firma insieme a tutti gli stati del mondo allora definibili
tali, con l'esclusione di Germania e Italia, la Carta dell'ONU. La Carta, condannando la
violenza bellica fra vari stati, dava all'ONU il compito di mantenere la pace, e
sottolineava l'uguaglianza di tutti i popoli. Questo era però l'aspetto esteriore: in
pratica la Carta esprimeva una legge dettata dagli Stati Uniti che avrebbero punito
chiunque vi si fosse sottratto. Si dava agli altri quattro "gendarmi" previsti
in precedenza un potere maggiore, in quanto erano gli unici che non avrebbero potuto
essere dominati dagli Usa.
Il 17 luglio si aprì la conferenza di Postdam tra i vincitori
della guerra in Europa, e i calorosi rapporti tra Churchill, Truman e Stalin sembravano
indicare una futura armonia tra le tre grandi potenze. Il presidente statunitense aveva
però già ricevuto il telegramma "il bimbo è nato in modo soddisfacente",
che indicava il successo degli esperimenti atomici nel New Mexico. Dal '42 si lavorava
infatti segretamente per la produzione dell'arma e solo Gran Bretagna e Canada ne erano al
corrente. Si era infatti deciso di tenera la Russia all'oscuro di tutto: la bomba doveva
infatti dimostrare all'alleato sovietico la superiorità dell'occidente. Questa decisioni
suscitò violente critiche tra i pochi al corrente del progetto, ma Churchill e Roosevelt
restarono della stessa opinione. Si attendevano i dati relativi all'ordigno, ma non si
poteva sfigurare davanti all'opinione pubblica con una spesa di più di due miliardi
di dollari senza alcuna conseguenza effettiva.
Si prese quindi la decisione definitiva: utilizzare l'arma appena possibile. Nella
conferenza di Yalta Stalin fu convinto ad entrare in guerra contro il Giappone subito dopo
la fine della guerra in Europa, ma non venne a conoscenza del piano statunitense. Quando
Truman passò al potere, non sapeva nulla di questo progetto, e confermo le decisioni
prese da Roosevelt riguardo all' atomica. A Postdam seppe da Stalin che il Giappone aveva
chiesto la pace, ma si oppose fermamente a questa decisione. Voleva infatti dimostrare a
tutto il mondo ma soprattutto al Stalin quale fosse la reale potenza degli Usa. Come disse
poi Churchill, il presidente cambiò però il suo modo di fare con i russi: aveva infatti
saputo quale era la spaventosa potenza dell'arma che era stata sviluppata, in grado di
mettere in ginocchio il mondo.
Il risultato del bombardamento nucleare su Hiroshima
Il 24 Truman ordinò di sganciare le bombe, poco dopo averne
fatto un cenno a Stalin. Questo però non sembrò meravigliato: i suoi servizi segreti
tenevano sotto controllo lo sviluppo dell'arma già dal '42 ed egli non voleva parlare
delle ricerche sovietiche sulla stessa. Il presidente statunitense però, tornato in
paria, diede l'ordine di prepararsi ad una guerra totale con la Russia, intuendo già
quello che sarebbe accaduto. La guerra che prima vedeva U.S.A. e U.R.S.S. contro il
Giappone per la vittoria definitiva di una guerra già vinta, si stava trasformando in un
conflitto tra Stati Uniti e Russia, tra due blocchi politicamente e ideologicamente
contrapposti, per il dominio del mondo. Il 6 agosto 1945 la prima bomba atomica fu quindi
sganciata sopra Hiroshima. Aveva una potenza pari a 12,5 chilotoni di TNT, al nucleo di
uranio. Tre giorni dopo un'altra bomba di una potenza quasi doppia, con un nucleo di
plutonio, fu sganciata su Nagasaki. Nel giro di cinque mesi morì un totale di 230.000
persone, tra morti all'istante e dopo più tempo, per via delle radiazioni nocive che la
tremenda arma aveva sprigionato. Quando ciò venne fatto sapere, i capi militari
statunitensi si mostrarono sorpresi: non si può sapere se essi davvero ignoravano le
conseguenze dell'utilizzo della bomba o se agirono con cinismo, pur conoscendo l'effetto
delle radiazioni che continuarono a mietere vittime per decenni. Truman, quando i dati
relativi ai danni provocati dalla bomba gli furono comunicati, disse: "E' il più
grande giorno della storia". In un comunicato affermava che le bombe erano state
utilizzate per salvare la vita di 500.000 soldati americani, e che non erano altro che un
avvertimento per il Giappone: se non si fosse arreso, altre bombe sarebbero cadute.
Sottolineava inoltre come Stati Uniti, Canada e Gran Bretagna, che possedevano la formula
per realizzare la bomba atomica, non l'avrebbero rivelata al mondo finché non si fosse
scongiurato il rischio di una distruzione totale. Affermava poi: "Siamo in grado
di dire che usciamo da questa guerra come la nazione più potente del mondo. La nazione
più potente, forse, di tutta la storia".
L'immensa nube di fumo provocata
dall'esplosione della bomba nucleare
Ci si è sempre però chiesti se l'utilizzo delle due bombe e
l'uccisione di 300.000 persone erano militarmente necessari. Gli U.S.A. avevano infatti
già ricevuto una richiesta di pace da parte del Giappone e i rapporti dell'aviazione
affermavano che lo stato nipponico si sarebbe arreso certamente entro la fine dell'anno
anche senza che si dimostrassero necessari lo sgancio dei due ordigni o le invasioni sul
territorio giapponese. Questi rapporti smentiscono completamente il messaggio di Truman.
Chi era quindi il vero destinatario della bomba? Le previsioni degli attacchi di terra
già programmati ai danni del Giappone davano perdite non superiori a 40.000 uomini, ma il
presidente continuò a gonfiare le cifre. Molti scrittori, nei loro saggi sull'energia
atomica, avevano affermato l'inutilità militare del provvedimento definitivo. Nel '45 il
timore di vedere la Germania vittoriosa non esisteva più e il Giappone era sul punto di
arrendersi e gli U.S.A. avevano utilizzato le uniche due bombe di cui erano a disposizione
con una fretta ingiustificabile. I più autorevoli scienziati statunitensi avevano inoltre
ammonito il presidente di non utilizzare la bomba contro civili. Perché il presidente
aveva agito comunque? Alcuni scrittori danno come motivo il fatto che Stalin si era
impegnato ad attaccare il Giappone per l'8 agosto. Era chiaro che se la Russia fosse
riuscita a scontrarsi vittoriosamente con il Giappone finche gli Stati Uniti erano fermi a
Okinawa, ne avrebbe ricavato un grande prestigio internazionale, a danno degli Usa. Così,
sganciate le due bombe, l'attacco russo riuscì, ma passò inosservato, a causa del
clamore provocato dall'utilizzo della bomba nucleare. Cousins e Finletter danno
un'interpretazione "americana" dell'accaduto dicendo: "Agendo così,
abbiamo evitato una lotta per ilcontrollo effettivo del Giappone... Se noi non fossimo
usciti dalla guerra in netto vantaggio sulla Russia, non avremmo avuto nessuna
possibilità di opporci alla sua espansione". Si arriva così a dire che il
lancio delle bombe può già essere considerato il primo atto della guerra fredda. L'idea
di utilizzare la bomba atomica come arma contro l'U.R.R.S. era nata già prima della fine
della guerra, poiché gli U.S.A. avevano già intuito ciò che sarebbe successo.
Un orologio fermatosi dopo
il bombardamento atomico
Il resoconto dei giornalisti giunti sul luogo del disastro
prima dell'arrivo degli americani scrivono che tutti i feriti erano destinati a morire,
che le radiazioni facevano morire più di 100 persone ogni giorno. Il giornalista W.
Burchett, nel suo rapporto ai sovietici, scrive: "Gente non toccata dal
cataclisma sta morendo ancora, misteriosamente, orribilmente... Hiroshima fa pensare ad
una città sulla quale sia passato un enorme rullo compressore che l'abbia stritolata,
annientata per sempre... Negli ospedali ho scoperto persone che, pur non avendo ricevuto
alcuna ferita al momento dell'esplosione, stavano tuttavia morendo per i suoi misteriosi
effetti". La stampa americana replicò più volte sottolineando che non c'era
radioattività ad Hiroshima e dicendo che la propaganda del Giappone era volta soltanto a
danneggiare gli Stati Uniti davanti all'opinione pubblica. L'esplosione della bomba non
suscitò un grande clamore a Mosca: i principali quotidiani la nominarono soltanto, e non
parlarono neppure di quella di Nagasaki. Solo giorni dopo accusarono la propaganda
statunitense di voler sminuire il ruolo della Russia nella vittoria definitiva della
guerra. Quando però le informazioni sugli effetti della bomba giunsero negli States, i
militari si organizzarono subito per bloccare questa fuga di notizie. Chiusero l'accesso
ai luoghi delle due stragi, sequestrarono tutto il materiale informativo, fecero chiudere
alcuni laboratori e ospedali che si occupavano di studiare gli effetti della strage. Un
reparto medico dell'esercito giunse ad Hiroshima per studiare questi effetti; ancora
adesso, a 55 anni di distanza, si stanno curando persone affette dalle conseguenze del
bombardamento. Questa politica di oblio funzionò perfettamente e la questione passò in
secondo piano.
Nonostante il generale Eisenhower avesse annunciato che la
bomba nucleare non sarebbe più stata usata come mezzo d'attacco, la politica militare
degli Stati Uniti stava cambiando: secondo i rapporti di alcune riunioni segrete "gli
Stati Uniti hanno potuto fino ad ora attenersi ad una tradizione di non colpire mai fino a
che non fossero attaccati. Per il futuro, la nostra forza militare dovrà essere capace di
sopraffare il nemico e di annientare la sua volontà e capacità di fare guerra prima che
possa infliggerci un danno significativo". Ci si preparava, quindi, a dover
scatenare una guerra contro l'U.R.R.S. prima che quella potesse organizzarsi per farlo per
prima. Era già stato preparato un piano che prevedeva la distruzione di venti città
russe con un attacco a sorpresa. Proprio il fattore sorpresa sarebbe dovuto essere quello
su cui basarsi in caso di guerra. Tutto questo con la piena consapevolezza che la Russia
non era in grado, al momento, di opporsi in nessun modo agli U.S.A.. Questi volevano
infatti non solo che nessuno potesse attaccare la potenza statunitense, ma che nessuno
fosse nemmeno in grado di difendersi da essa. Il generale Groves insisteva addirittura
affinché nessuno oltre a U.S.A., Canada e Gran Bretagna fosse in grado di costruire
ordigni nucleari. Tutto ciò fa vedere come il progetto degli Stati Uniti sia sempre stato
quello di rimanere al di sopra di ogni altra nazione, tanto in guerra come in pace, tanto
nel presente quanto nel futuro.
Little Boy e Fat Man erano i nomi in codice delle due bombe sganciate.
Visto che molti hanno deciso di portare questo argomento agli esami vi riporto qualche curiosità.
Quella di Berlino fu una delle edizioni più controverse della storia
dei Giochi Moderni. Da un punto di vista organizzativo, sportivo e
commerciale, infatti, le Olimpiadi del 1936 rappresentarono uno dei
massimi vertici mai raggiunti dalla manifestazione, con infrastrutture
moderne e costose, un’enorme partecipazione popolare (grazie anche alla
televisione, che fece il suo esordio olimpico) e all’elevato livello
agonistico delle gare. Ma, purtroppo, non si può dimenticare come i
Giochi di Berlino furono trasformati da Joseph Goebbels in un
formidabile strumento di propaganda per il regime di Adolf Hitler.
Assegnate
alla capitale tedesca quando ancora il Fuhrer non era al potere, le
Olimpiadi conobbero le prevedibili diserzioni di Spagna e Unione
Sovietica. Presenti invece gli Stati Uniti, nonostante le molte riserve,
che tuttavia dovettero lasciare il primato nel medagliere dopo quasi 30
anni di dominio: la preparatissima squadra tedesca, infatti, conquistò
ben 89 medaglie (con 33 ori), contro le 56 (e 24 ori) degli americani,
mancando il podio solo in tre sport: calcio, polo e basket (al suo
esordio olimpico). Ma gli statunitensi regalarono ai Giochi il loro
personaggio-copertina: l’afroamericano Jesse Owens che si aggiudicò 4
medaglie d’oro nei 100m, 200m, 4x100m e salto in lungo, un’impresa
bissata solo da Carl Lewis 48 anni più tardi. La tradizione vuole che
Hitler, furibondo per il trionfo di un atleta di colore, si sia
rifiutato di salutare Owens, ma lo stesso velocista ha sempre negato
l’episodio.
La squadra azzurra non riuscì a ripetere
l’exploit di Los Angeles, chiudendo comunque al quarto posto nel
medagliere generale, con 22 medaglie complessive, di cui 8 d’oro. Come
sempre, gli italiani fecero la parte del leone nella scherma,
conquistando 4 ori su 7 e 9 medaglie sulle 21 totali. L’Italia vinse
anche il torneo di calcio, confermandosi la migliore squadra al mondo
(vinse i Mondiali del ’34 e del ’38). Ma l’oro più importante arrivò da
Ondina Valla negli 80m ostacoli: era il primo di una donna azzurra alle
Olimpiadi. I Giochi del 1936 furono gli ultimi per il barone De
Coubertin, che si spense l’anno successivo, e per altri milioni di
persone: la guerra era alle porte, si sarebbe tornati a parlare di sport
solo 12 anni dopo.
Il video è tratto dal film "Olimpia" di Leni Riefenstahl, la regista preferita da Hitler.
Grazie alla sua conformazione, abbastanza lineare , il Giappone
è uno dei paesi più idonei alla costruzione di ferrovie per treni ad
alta velocità. E proprio qui, nel 1964, fu costruita la prima rete
ferroviaria in grado di far correre sui suoi binari il treno
superveloce, famoso in tutto il mondo, chiamato Shinkansen.
Viaggia a 200 chilometri orari; è in grado di collegare tokyo a Osaka in 3 ore e 10 minuti, quando normalmente ne servirebbero 6 e mezza, ed è costato ben 380 miliardi di yen,
circa 3.200 miliardi di lire. Da allora, sono state eseguite parecchie
modifiche e migliorie; la linea ferroviaria a trasportato circa 3
miliardi di persone e ha coperto una distanza equivalente a 30.000
viaggi intorno al mondo. Il fatto più strabiliante è che da allora non
si è mai verificato un solo incidente mortale: naturalmente lo si deve
alla straordinaria manutenzione del mezzo e al progetto assai solido.
Shinkansen Viaggia a 200 chilometri orari; è in grado di collegare tokyo a Osaka in 3 ore e 10 minuti, quando normalmente ne servirebbero 6 e mezza, ed è costato ben 380 miliardi di yen,
circa 3.200 miliardi di lire. Da allora, sono state eseguite parecchie
modifiche e migliorie; la linea ferroviaria a trasportato circa 3
miliardi di persone e ha coperto una distanza equivalente a 30.000
viaggi intorno al mondo. Il fatto più strabiliante è che da allora non
si è mai verificato un solo incidente mortale: naturalmente lo si deve
alla straordinaria manutenzione del mezzo e al progetto assai solido.
Ogni paio di ruote è dotato di un motore col freno a disco; le rotaie
vengono sottoposte a esame per tutta la loro lunghezza ogni dieci
giorni, in modo da prevenire anche il minimo segno di usura. Durante i
terremoti, lo Shinkansen si blocca automaticamente Ogni treno ha un suo
nome ( come eco o luce ); tutti possiedono il vagone ristorante, alcuni
anche i negozi ma nessuna carrozza letto, poichè sarebbe inutile. Chi si
dimostra previdente e prenota il biglietto ( e quindi il posto ), può
stare tranquillo: il suo sarà un viaggio supercomodo; chi prende il
treno senza prenotazione deve invece aspettarsi vagoni stracolmi, come
ogni normale treno giapponese.
I samurai
Etica incorruttibile, spirito di sacrificio, abilità, forza: i
guerrieri del Sol Levante esercitano un fascino enorme sul mondo
occidentale, sono i samurai. Nell’ antichità il Giappone
era suddiviso in tanti piccoli staterelli rivali l’uno con l’altro e
viveva in uno stato di perenne guerra. I nobili richiamarono a loro dei
guerrieri valorosi e fedeli: i samurai (dal verbo saburau =
servire-essere al servizio). Questi guerrieri si dotarono di un loro
codice d’onore: il bushido, che oltre il comportamento sul campo di
battaglia ne regolava la vita spirituale.
Cenni storici
La
prime notizie storiche sui samurai risalgono al IX-X secolo e sono
legate allo sviluppo in Giappone dello shogunato, un sistema feudale
sopravvissuto per tutto l’Ottocento. «I samurai all’inizio erano
miliziani assunti dai feudatari delle province per sedare le ribellioni»
Nel 1185 salì al potere la prima grande famiglia di guerrieri, quella
dei Minamoto, e lo shogunato si affermò definitivamente, mentre il
potere imperiale perse centralità. «In realtà fin dalle sue origini il
Giappone è stato caratterizzato da connotazioni militari».
All’inizi del 900 gravi carestie e conflitti bellici
rensero il Governo centrale impossibilitato a garantire la sicurezza
nazionale, per questo i nobili si costruirono propri eserciti personali
composti da guerrieri provenienti dalle campagne e istruito al
combattimento, le continue lotte interne finirono per aumentare il
potere e l’importanza di questi guerrieri, contemporaneamente i nobili
resero l’imperatore di fatto escluso dalla direzione dello stato. Dal
XII secolo i samurai o bushi (“uomini che combattono”) costituircono la
casta più importante della piramide sociale. I samurai erano al completo
servizio del proprio padrone (daimyô) e per lui sono pronti anche a
togliersi la vita tramite il famoso rituale chiamato seppuku. I samurai
seguivano un codice di comportamento bellico chiamato bushido che
letteralmente significa “via del guerriero”, il punto fermo del bushido
era l’onore sia in battaglia che nella vita comune, il bushido inoltre
disciplina i rapporti da tenere in uno stesso clan e con il proprio
capo. Il samurai doveva essere sobrio, modesto, in guerra deve essere
coraggioso, leale, solidale e naturalmente deve avere un grande onore.
Ai samurai erano attribuiti spesso due termini: bun che indicava
saggezza di tipo confuciano e bu che indicava il contesto marziale.
Infatti una delle doti essenziali del samurai era il giusto equilibri
tra azione e riflessione. La formazione ideale del samurai era un
insieme di componenti, sociali, filosofiche, religiose. Non fu difficile
per i bushi con innata semplicità shintoista
assimilare le dottrine dello zen, il samurai fin da bambino imparava a
non tradire nessun emozione ed a controllare il suo spirito, per fare
ciò era necessario sacrificio e ore e ore di esercizi. Lo zen fu
fondamentale ad allenare e perfezione il loro famoso autocontrollo in
quanto le sue tecniche insegnavano ad avere la totale padronanza delle
proprie emozioni, dote fondamentale per un samurai sempre di fronte alla
morte.
I samurai nel mondo moderno
Oggi, per competere con la concorrenza orientale, l’economia
americana, sta cercando proprio loro: non guerrieri, ma agguerriti
manager dall’etica incorruttibile e in grado di identificare il proprio
successo personale con quello del gruppo o dell’azienda. Lo afferma
Andrea Pítasi, docente di Sociologia giuridica e della devianza
all’Università Gabriele D’Annunzio di Chieti, che ha studiato la cultura giapponese proprio per il suo contributo allo sviluppo di nuovi modelli di organizzazione aziendale.
«Nel Giappone antico», osserva Alida Alabiso, docente di Archeologia e
storia dell’arte giapponese all’Università di Roma La Sapienza, autrice
del libro I samurai (Newton & Compton, 158 pagine, 7,90 euro).
«la cultura samurai è sinonimo autodisciplina, capacità di sacrificio e
dedizione. Non è un caso che i Giapponesi, se le finanze del Paese sono
in crisi, si autotassino versando le tredicesime». Ciò che li anima è lo
stesso profondo senso del dovere dei fascinosi guerrieri che dominarono
il Giappone per 700 anni. Non è tuttavia questo aspetto ad accendere la
fantasia di noi occidentali.
«Nella mentalità europea e soprattutto in quella latina», spiega Andrea
Pitasi, «prevale l’idea del samurai come spirito libero, super-eroe
guerriero senza macchia né paura che segue un rigido codice morale, ma
non è “a servizio” di nessuno. Una figura che si identifica in realtà
solo con i cosiddetti ronin, i samurai rimasti senza padrone dopo la
sconfitta del loro signore che in Giappone erano considerati invece
banditi o sbandati ».
Rapporto samurai-signore
Minamoto Yoritomo (1191), il fondatore dello
shogunato di Kamakura, dettò alcune regole che rimasero fondamentali per
i samurai, alla base di queste regole c’erano devozione e lealtà da
parte del samurai al proprio signore. Questo rapporto legava entrambe le
figure, il samurai si impegnava a servire il superiore il quale a sua
volta lo ricompensava con un possedimento fondiario, chigyochi. Durante
il x secolo la cerimonia di investitura da vassallo e signore era
centrata su un giuramento che nel periodo Kamakura viene trascritto su
un rotolo, kishomon. Il kishomon dopo essere stato compilato veniva
bruciato e sciolto in un liquido che il samurai beveva, in questo modo
il bushi interiorizzava sia materialmente che simbolicamente il patto
che aveva fine solamente con la morte da parte di uno dei due
contraenti. Il legame che univa i due era talmente forte che quando un
signore moriva, molti dei suoi samurai si suicidavano per seguirlo anche
nell’aldilà. Questa usanza veniva chiamata junshi e venne vietata per
legge dopo che interi clan di samurai si suicidarono, non sparì però
completamente. Uno degli episodi più famosi è senz’altro quello dei 47
ronin che si uccisero dopo avere vendicato il proprio signore. Gli
obblighi del samurai verso il proprio signore erano molti: fedeltà,
sottomissione, turni di guardia, fornitura di guerrieri, partecipazione
alle spese per il mantenimento del potere da parte del proprio signore,
in cambio il signore garantiva protezione, aiuto e ricompense dopo le
battaglie. I principi che legavano il samurai al signore erano
fondamentalmente due: giri= dovere e chugi= lealtà, il samurai doveva
inoltre possedere saggezza= chi, valore= yu, benevolenza= jin; doveva
essere coraggioso e forte ma nello stesso tempo composto e magnanimo, il
coraggio era uno degli elementi fondamentali naturalmente. Il samurai
era al servizio del Daimyo, Signore di un clan o di una provincia ricco e
potente, a sua volta il Daimyo era al servizio dello Shogun
(Generalissimo), il quale nominato dall’Imperatore, prima di diventare
Shogun era anch’egli un Damyo. Lo Shogun governava in modo dispotico ed
autoritario in nome dell’Imperatore, ma di fatto quest’ultimo possedeva
solamente una carica onorifica.
Trincee - Condizioni di vita Sia per le sue estensioni in tutti i 5 fronti terrestri e su tutti i mari del mondo, sia per la sua lunghezza, nella società di massa che stava nascendo vi era anche “la guerra di massa”. Essa mobilitò circa 70 milioni di uomini da 19 Paesi, comprese le colonie.
Le trincee Da rifugi provvisori a quartieri permanenti Come già studiato, la vita dei soldati durante la guerra era quella nella più semplice posizione difensiva, la trincea. Inizialmente queste venivano considerate semplicemente un rifugio provvisorio per ripararsi dal fuoco nemico, ma con il passare del tempo, esse diventarono dei veri e propri quartieri permanenti dei reparti di prima linea. Da qui le trincee vennero fornite di baracche di legno e protette da reticolati di filo spinato e collegate da camminamenti.
L’assalto alla baionetta La vita in trincea era noiosissima e ogni tanto i soldati venivano sorpresi solo dal fatidico grido “All’attacco!” proveniente da uno o l’altro schieramento. Qui avveniva il rito dell’assalto alla baionetta, che ogniqualvolta succedeva centinaia di vite scomparivano; venivano preceduti dal tiro di artiglieria che serviva solo a eliminare l’effetto sorpresa. Contemporaneamente la fanteria doveva avventurarsi allo scoperto fino alla trincea nemica dove, sempre se ci si arrivava, si ingaggiava un combattimento corpo a corpo con la baionetta. Così milioni di soldati morivano nel corso di 4 o 5 lunghissimi anni.
Le sofferenze della truppa Chi viveva in trincea subiva il logoramento fisico e morale. I soldati di fanteria e gli ufficiali inferiori non ricevevano il cambio per interminabili settimane, erano esposti a tutte le intemperie del tempo, venivano trattati con arroganza dai superiori come nella vita i borghesi trattavano gli operai e i contadini, venivano puniti se per caso durante la battaglia perdevano il berretto. Inoltre gli ufficiali superiori si assegnavano da soli medaglie e medaglie senza mai andare in prima linea come avrebbero dovuto.
Il comportamento del bravo soldato
All’assalto a testa alta Il bravo soldato, secondo i capi militari, doveva andare all’attacco in posizione eretta e a testa alta. Ripararsi dal fuoco o strisciare a terra, come viene insegnato oggi per esempio ai Marines, all’epoca era considerato un atto di vigliaccheria e si veniva processati da un tribunale militare. Il generale Cadorna su questo scrisse un libretto che le truppe dovevano conoscere a memoria.
Il problema del rancio Cadorna sosteneva anche che i soldati dovevano cucirsi il rancio, la divisa, da sé, e i generali francesi erano d’accordo su questo. Lo stesso era per il cibo e il resto che poteva essere necessario ai soldati. Solo il Kaiser Guglielmo II prevedeva cucine da campo mobili su carretti; l’idea gli era venuta guardando il circo Barnum, il più famoso americano, che aveva questa organizzazione.
Feriti e malati Rimanere feriti o ammalarsi non era una bella esperienza, anche se verso la fine della guerra era la speranza di molti perché era l’unico modo per allontanarsi dalla trincea. Chi si feriva doveva attendere la notte perché i barellieri venissero a prelevarli. Ben pochi addetti avevano il coraggio di avventurarsi nella “terra di nessuno” per il timore che qualcuno sparasse. Gli ospedali erano molto lontani. Inizialmente i malati venivano trasportati con carrette trainate da muli. Poi vennero le prime ambulanze. Piccoli ospedali da campo vennero posti in prossimità delle prime linee; consistevano in tende divise in quattro dove i chirurghi passavano da una parte all’altra per praticare i loro interventi. Quelli tedeschi erano provvisti anche di attrezzature per le radiografie portatili.
Una parte della classe è in Francia per il gemellaggio... provate anche voi a sentirvi con loro cimentandovi nell'esecuzione di questa musica di Jacques Offenbach. Per chi ha visto il documentario di uno dei post precedenti, era uno dei motivi musicali su cui si scatenavano durante la Belle Èpoque.
SFIDA: chi carica per primo il file audio della sua performance? Ne parlerò bene al prof. Rigon (per l'esecuzione) e alla prof. Dalle Nogare (uso delle tecnologie informatiche)
Forse non tutti sanno che le olimpiadi moderne nascono proprio nel periodo della Belle Epoque. L'idea viene ad un certo barone Pierre de Coubertin, che rifacendosi agli antichi giochi olimpici che si svolgevano in Grecia, voleva trovare il modo di avvicinare le nazioni europee (e non solo) e di permettere ai giovani del mondo di confrontarsi in una competizione di carattere sportivo, piuttosto che sui campi di battaglia.
L'idea di de Coubertin venne presentata il 23 giugno 1894 ad un congresso presso l'università Sorbona di Parigi e se ne organizzò l'evento per il 1896.
Fu un successo...La prima nazione ad ospitarli fu naturalmente la Grecia (che ne vantava l'idea originale!) e parteciparono ben 250 atleti provenienti da tutto il mondo (soprattutto dall'Europa). Si decise anche che di volta in volta sarebbe stata una nazione diversa ad organizzare l'evento (per curiosità poi toccò alla Francia).
Vi riporto un esempio. Londra 1908. Maratona: la gara più dura in assoluto. Niente a che vedere con gli atleti moderni ed ipertecnologici, scarpe che vanno avanti da sole, occhiali che ti proteggono dal sole ecc. Più che una gara a chi arrivava primo era una gara ad eliminazione: ne rimarrà uno solo. In gara anche un italiano: Dorando Petri. Arriva allo stadio praticamente senza forze...qualche giudice di gara impietosito cerca di tenerlo semplicemente in piedi...
Come abbiamo già visto in classe la Belle Époque è un periodo storico, culturale e artistico europeo che va dalla fine dell'Ottocento fino all'inizio della Prima guerra mondiale, caratterizzato da una relativa pace tra le grandi potenze europee (che preferivano combattersi lontano dall'Europa) e da un progresso delle scienze e della tecnologia senza paragone alcuno con le precedenti epoche storiche.
Fin qui nulla di nuovo (tutte cose che avete già sentito, o almeno spero!), ma come si viveva effettivamente in quegli anni? Come si lavorava? Come ci si divertiva? Come si viaggiava?
Allora cerchiamo di dare qualche risposta...Prova a guardare questo video (diviso in due parti) e ne riparleremo in classe o aggiungete i vostri commenti qui sotto.